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USI E TRADIZIONI NEL SALENTO
Le terre antiche, come lo è la nostra, sono sempre scrigni contenenti
tradizioni che affondano le loro origini in tempi immemorabili. Legate
alla religione, alla coltura della terra o alla gastronomia, queste
tradizioni non accennano ad abbandonare questi posti neanche in un'epoca
"globale" come quella attuale. Usi e costumi del Salento sono
sempre di moda, e accolgono il turista immergendolo in un clima di festa
mai ostentata e a tratti frugale. Segnale di festa è soprattutto la
musica popolare salentina, nota col nome di Pizzica, costituita da ritmi
frenetici scanditi da tamburellisti esperti e appassionati, oltre che da
chitarre, armoniche e archi. La Pizzica affonda le sue radici nella
credenza popolare che il morso della tarantola indemoniasse che ne fosse
vittima (nella tradizione si tratta di giovani donne, dette le Pizzicate),
e solo la danza frenetica scaturita dal ritmo forsennato dei tamburelli,
con l'aiuto di San Paolo o di San Donato, facesse uscire questo spirito
dal malcapitato. In realtà si è ricorsi alla Pizzica come danza di
corteggiamento fino alla metà del secolo XX. Ora questa musica è
orgogliosamente diventata icona della nostra terra, e viene esportata con
successo. Un altro aspetto del folklore legato alla religione sono le
feste popolari, spesso organizzate in onore del Santo patrono, che si
colorano con luminarie e giochi pirotecnici e si profumano degli odori dei
dolci caratteristici, come un croccante di mandorle detto cupeta, o
biscotti al cioccolato ricoperti di glassa, i mustazzoli. A tale proposito
una menzione speciale va fatta alla cucina locale, che si arricchisce dei
sapori dei frutti della terra (tanto generosa quanto assetata), regalando
pietanze dal saporo unico e corposo. Menzioniamo la pasta fatta in casa (minchiareddhri
e ricchie), la frisa, l'acqua e sale, la cialleddhra. Il Salento, è da
sempre una terra ricca di cultura e tradizioni, dove sacro e profano,
convivono nelle numerose sagre e feste patronali che animano per lo più i
mesi estivi, ma che numerose si susseguono nel corso degli anni.Le Feste
per il Santo Patrono, le celebrazioni per la Settimana Santa, il
Carnevale, le fiere e le tante sagre sono gli esempi di questo profondo e
vitale retroterra culturale che si perde indietro nei secoli.
Fra gli eventi di particolare rilevanza si citano: la Focàra di Sant’Antonio
a Novoli, il 17 Gennaio, per i festeggiamenti in onore del Santo Patrono;
la processione del Venerdì Santo a Gallipoli; la danza delle tarantate
che si svolge il 29 Giugno, presso il Santuario di S. Paolo a Galatina; la
Sagra della municeddha (Sagra della lumaca) a Cannole, dall’11 al 13
Agosto; la Notte di San Rocco con tamburelli, pizzica e ballate a Torre
Paduli (fraz. di Ruffano), la notte tra il 15 ed il 16 Agosto; la Festa
dellu mieru (festa del vino) a Carpignano Salentino, dall’1 al 3
Settembre; la Sagra della volìa cazzata (Sagra dell’oliva schiacciata)
a Martano, la 2a/3a decade di ottobre; il monumentale Presepe Vivente di
Tricase sul Monte Orco.
Molto popolare è stato il culto del fuoco, come
testimonia la “focara” (il falò) che si tiene ogni anno a Zollino (in
cui la figura di Prometeo, l’eroe che rubò il fuoco a Zeus per donarlo
agli uomini, viene sostituita da quella di S. Antonio da Padova).
Tra le forme di superstizione vale la pena citare una tipica usanza
presente un tempo a Castrignano dei Greci: al braccio delle donne incinte
veniva> legata la cosiddetta “petra prena” (pietra delle gestanti),
la quale impediva l’aborto e agevolava una buona gravidanza.
Inoltre era in uso strizzare i capezzolini alle neonate per favorire la
secrezione del latte in età adulta (latte che era ritenuto migliore se
proveniva da donne brune piuttosto che bionde).
La fantasia popolare voleva che alcune persone, e in special modo donne,
fossero dedite al mondo dell’occulto, e che mediante le loro pratiche
esoteriche potessero influire sul destino degli uomini o far mutare il
corso agli eventi.Nella Grecia Salentina, l’antico ruolo di Cassandra,
dell’oracolo di Délfi e della Sibilla Cumana è stato ereditato dalla
sinistra figura della “masciara” o “stiara”, (la locale
strega-fattucchiera o presunta tale), le cui nefande gesta facevano
rabbrividire.
Si racconta che simili personaggi dediti alla magia avessero potere
addirittura sui lupi, sui pipistrelli, sui gatti, sulle civette, sui gufi
e fossero in grado non solo di far sbocciare l’amore, ma di provocare
anche la morte di persone o capi di bestiame.
Per i loro incantesimi si servivano di fatture, scongiuri o filtri in cui
venivano usati capelli, unghie, peli delle ascelle o del pube, sangue
mestruale e quanto altro di più raccapricciante si potesse immaginare.
Le masciare suscitavano nel popolo un misto di credulità e ribrezzo,
nonché stati d’animo contrastanti, ben riassunti nel vecchio detto
popolare: “lo non ci credo, però non si può mai sapere”.
Più che di esseri diabolici si trattava di ciarlatani, emarginati, o
comunque di gente dotata di una fervida fantasia, poiché come diceva
Paracelso: “Una grande immaginazione è alla base dell’occultismo”.
Alcuni rimedi contro il malocchio consistevano nell’evitare i gatti neri
e il numero 17; appendere una staffa di cavallo o una coda di volpe alle
pareti; lasciare una falce o una scopa fuori dall’uscio di casa, per
impedire alle streghe di entrare nelle case.
Queste infatti avrebbero dovuto contare prima tutti i dentini della falce
ole pagliuzze della scopa, operazione che avrebbe richiesto molto tempo e
che, protraendosi fino all’alba, avrebbe causato la perdita dei poteri
da parte delle streghe.
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